Vorrei rispondere a tutti quei progressives global man, quegli open mind della generazione Erasmus che insistentemente e con fare saccente e perentorio continuano a dirmi che “viaggiare è importante”, “dovresti viaggiare”, “perché non viaggi”, che io non viaggio perché si sa, che ad esempio d’estate, mentre voi tutti siete al mare in Croazia, in Sardegna o in Messico, la gente come me ama restare chiusa giù in cantina al buio, con i ventilatori accesi, aspettando che il caldo passi, che ci vuoi fare, siamo fatti così, ci piacciono cose diverse…

E comunque sappiate che viaggiare, che di certo resta un’esperienza emozionante e arricchente, non vi rende persone migliori, né più colte, né più consapevoli.

Dante Alighieri non ha mai viaggiato eppure ha scritto La Divina Commedia, ovvero opera di impronta teologica e filosofica che racchiude in sé tutto lo scibile umano. Così come non ha mai viaggiato Leonardo da Vinci, il quale genio ha anticipato di secoli opere di ingegneria moderna, come la Ryanair.

Il primo grande e più famoso viaggiatore della storia occidentale dopo Ulisse, Marco Polo, rimase anni a vivere in Asia, a contatto sia con le istituzioni e le rappresentanze più alte del luogo che con la gente comune, prima di poter tornare con il suo Il Milione.

Allo stesso tempo, nell’epoca dei grandi viaggi, delle grandi scoperte e della nascita della geografia mondiale, i viaggiatori erano tutti avventurieri, mercanti e avventurieri, partivano anche con il rischio di non tornare mai più, lasciando dati, documenti e racconti che si sono conservati lungo il tempo, di quello che avevano vissuto, di quello che avevano visto.

Questa schizofrenia tutta moderna del viaggio fast food di cui vantarsi come esperienza acquisita, insieme a certa esterofilia, è roba recente, attiene sempre a quel processo di globalizzazione economica che, dove all’apparenza ha reso lo spostamento più accessibile (ma di fatto vediamo che non è così, se si escludono i milioni di individui che si spostano per ragioni economiche e di sopravvivenza, troviamo sempre meno persone che possono permettersi di spostarsi per andare in vacanza, non solo fuori ma anche per coprire distanze minime, nello stesso territorio nazionale) ha nello stesso tempo omologato sia il processo del viaggio sia le mete oggetto del viaggio stesso.

Sono sempre meno gli itinerari e i processi turistici che ti permettono di vivere il luogo e il viaggio fuori da un contesto standardizzato e omologante, così come sempre meno sono le mete che si distinguono o si caratterizzano da un punto di vista culturale: sempre più, dovunque, saremo costretti a mangiare e a fare le stesse cose, nelle grandi catene alberghiere e della ristorazione, sempre più i percorsi ludici e ricreativi saranno standardizzati e codificati per la massa, le città si somiglieranno sempre di più, così come le persone e le genti che si mischieranno, fino ad un unico prototipo mondiale da ogni punto di vista.

Cosa credevate significasse essere cittadini del mondo tanto celebrato ai nostri giorni dagli stessi promotori dell’apertura delle frontiere? Vuol dire un mondo tutto uguale in cui anche il turista è un consumatore mordi e fuggi, il quale si muove fluttuando mentre resta ancorato alla superficie della realtà.

Qualche “progressista” con il portafoglio pieno rimase sorpreso dal fatto che non fossi mai stata ad Ibiza. Da questo mio “poco” viaggiare aveva dedotto il motivo del mio lato più conservatore, nazionalista e populista. Ibiza, dico. Un luogo dove oso immaginare sia più desiderabile scappare che restare, proprio il simbolo della meta per il turista consumatore con i soldi ma con poco cervello.

Quanti, tra quelli che fanno gli spocchiosi che scendono e salgono sempre da un aereo in giro per il mondo, conoscono davvero la storia, la cultura, la politica, la religione, l’economia del posto che visitano? Forse si contano sulla punta delle dita di una mano, forse. A conferma del fatto che “viaggiare” quasi mai è sinonimo di “conoscenza” o apertura mentale, se la tua mente resta chiusa nei tuoi preconcetti e nei tuoi pregiudizi sul mondo e le cose, se mai hai aperto un libro, un giornale o fatto ricerca in rete. La rete: nell’epoca di Internet, il viaggio non poteva non ridursi che come sopra descritto, da casa è possibile accedere virtualmente già a quel luogo con tutte le informazioni del caso, certo, senza farne vera esperienza con tutti i cinque o sei sensi, che resta un’altra cosa, un’emozione diversa, un ricordo indelebile.

L’ultima gita fuori porta risale a prima che nascesse il mio primogenito, io e mio marito passammo un capodanno a Istanbul. Ricordo benissimo che fino a quando restammo nel cerchio della zona turistica delle moschee e del palazzo reale, avevo sempre questa impressione di ostilità nella gente del luogo, ogni tanto mi veniva in mente che da un momento all’altro qualcuno poteva farsi saltare in aria o compiere una strage approfittando dei flussi turistici ma questa sensazione l’avevo anche nella zona moderna e più occidentale, a Taksim, cosa che in seguito è realmente accaduta.

Un giorno prendemmo il battello e scendendo a piedi ci allontanammo dalla zona più turistica letteralmente perdendoci in un quartiere dietro al distretto di Eyup. Enormi palazzoni dello stesso colore sorgevano tutti uguali, una miriade di strade anonime li attorniavano, eravamo completamente disorientati e anche, devo ammettere, un po’ impauriti. Ad un certo punto vediamo in lontananza una signora velata che con le buste della spesa si affretta a rientrare in uno dei portoni dei palazzi, noi ci avviciniamo timidamente quasi per non spaventarla e in una lingua incomprensibile anche a noi stessi le chiediamo se gentilmente può indicarci la via di uscita. Questa tipa, appoggia subito le buste a terra e ci guida non so per quanto tempo e per quanta strada, su e giù lungo un labirinto di vie e di palazzi, con passo deciso e svelto, fino all’uscita del quartiere, dove poi avremmo ripreso il battello. Questo fatto mi disse più che tutto il resto su Istanbul, oltre naturalmente ad un vecchissimo pezzo dove i Litfiba suonano insieme ai Diaframma ma questa è un’altra storia…

Come scrive anche Chesterton, molti viaggiano, conoscono il mondo ma non hanno mai provato a parlare con la propria vicina di casa o a fermarsi a riflettere sull’uscio della propria abitazione. Già nei primi del’900, questa tendenza tutta moderna di fare i turisti in giro per il mondo, sembra allo scrittore inglese un modo per non conoscere e approfondire la realtà più vicina a noi, come sono gli stessi familiari con cui condividiamo lo stesso tetto. Anche questo è un modo per scappare dalla vita in favore di un triste nichilismo e di un senso di morte che attanaglia l’uomo moderno, le città, i musei, sono morti, come morti ai nostri occhi sono chi li abitano, con loro non ci dobbiamo confrontare, spiegare, mettere in discussione, la nostra vicina è viva e la sua energia, la sua vitalità ci dà fastidio.

Viaggiare potrebbe significare fuggire dalla nostra vicina di casa e dalla realtà stessa. Non è forse la stessa storia di quegli uomini perennemente insoddisfatti che cercano amanti ovunque tranne che nella loro moglie?