Io me li ricordo quelli all’università. Quelli all’università che si vestivano male, i pantaloni calati e sporchi, le maglie ampie, i capelli lunghi e crespi. Quelli che la sera con la canna in bocca e il cane a fianco suonavano il tamburello, andavano ai festini e parlavano sempre dei gruppi rock, dei comunisti, dei fascisti, del cibo vegano. Me li ricordo che a vederli da lontano sembravano degli outsider depressi mentre invece erano solo stupidi e gli stupidi non si deprimono mai. 
Me li ricordo perché vestivo come loro, vestivo come loro ma essendo depressa. Loro erano sempre in giro per mercatini dell’usato, etnici, africani, in quelli strani, a cercare il maglione bucato, il pantalone rattoppato, il giubbino di pelle che fa tanto rock anni ’70 e la camicia da figli dei fiori. Io portavo lo stesso pantalone per giorni, semplicemente per inerzia. Quello per cui loro si atteggiavano riducendolo, poveri idioti, a mito positivo, io lo avevo incontrato davvero, il male di vivere.

Sì loro, i figli dei fiori, non si deprimevano mai, erano sempre sul pezzo, con la voglia di uscire, di viaggiare, sempre con l’ultimo disco dei, l’ultimo libro scritto da, il concertone dell’anno, l’incontro di yoga o medicina spirituale. Aperti a tutto ciò che fosse nuovo, moderno, contemporaneo, sofisticato e al contrario sprezzanti per tutto ciò che fosse antico, popolare, tradizionale. Io invece che palle che ero. Spesso preferivo la solitudine, parlavo sempre del tipo che mi aveva mollata e facevo strani discorsi esistenziali, la fame nel mondo, le guerre, le religioni. Tipa simpatica ma davvero pesante. Io me li ricordo che si inebriavano di Bukowski e Baudelaire e per gioco fumavano e bevevano vino sentendosi fighi, grandi, diversi. Erano gli alternativi di sinistra, così dicevano e così pensavano loro. Mentre molti di loro iniziavano, quando andai all’università io smisi di farmi le canne ma bevevo spesso e mi affumicavo con le sigarette, ogni volta che mi sentivo depressa bevevo, leggevo Salinger, Fante ma anche ogni cosa mi capitasse per mano. Quello che per molti è il periodo più spensierato della loro vita, per me fu il più buio. La lontananza dalla mia famiglia e un’adolescenza in provincia davvero difficile aveva accentuato dentro me i vuoti affettivi, le mancanze, i torti subiti, le difficoltà famigliari. Molti miei coetanei mi apparvero come scimmie addomesticate, superficiali, felici e servili. Io devo essere apparsa loro pesante e a tratti arrogante. Cosicché la profonda tristezza e l’immensa solitudine mi spalancó un mondo di letture e riflessioni profonde per cercare la salvezza e con l’aiuto anche di qualche buon medico trovai la maturità.

Alcuni di loro, dei figli dei fiori, non cel’hanno fatta perché all’epoca non furono in grado di trovare il giusto equilibrio tra il cazzeggio e gli esami. Negli anni, ho saputo, hanno trovato comunque un’adeguata sistemazione nello studio di papà e sono stati introdotti nella società bene. Altri figli di fiori di papà si sono laureati e alcuni anche con voti eccellenti. Sono figli di professori, medici, avvocati, commercialisti, direttori di banca che dopo la laurea e con il passar degli anni si sono semplicemente cambiati il vestito. Ora sono professionisti, girano in cravatta e con le scarpe da giovani rampanti alla moda ma come allora stanno sempre sul pezzo, con la voglia di uscire, di viaggiare, sempre con l’ultimo disco dei, l’ultimo libro scritto da, il concertone dell’anno, l’incontro di yoga o medicina spirituale, aperti a tutto ciò che è nuovo, moderno, contemporaneo, sofisticato e al contrario sprezzanti per tutto ciò che è antico, popolare, tradizionale. Sono quelli che hanno avuto una vita facile, sempre con una famiglia alle spalle, nel senso socio economico ma anche affettivo, con cui si fanno sempre i selfie sorridenti, tutti uniti lì insieme sul divano con il sorriso da famigliola felice, a parte piccoli incidenti come la morte di un parente o di un cane la loro vita è sempre filata liscia e così continua, nell’assoluta spensieratezza, con quell’impegno disimpegnato nelle cose, con quell’esserci ma non troppo. Qualcuno di loro ha fatto un master o un dottorato, si è pure sposato e qualcuno ha fatto un figlio, qualcun’altro magari si fa ancora le canne ma aldilà di questi piccoli particolari, una cosa li accomuna ancora tutti, il pensarsi alternativi di sinistra.

Io me li ricordo quelli che venivano da lontano per studiare, venivano dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Sardegna. Molti di loro erano figli di operai o come me di semplici impiegati, alcuni sardi addirittura provenivano da una famiglia di pastori. Nel loro aspetto e nel loro modo di vestire trapelavano le loro umili origini e il grande sacrificio dello studio lontano da casa. Molti di loro per andare a lezione all’università si alzavano la mattina presto, si tiravano a lucido e alcune ragazze in occasione dell’esame indossavano la gonna con le calze velate, i capelli tirati e un leggero trucco, come si fa la domenica mattina per andare a messa in paese. Si portavano dietro, insieme al formaggio impacchettato e alle verdure sott’olio, anche la loro religiosità, i loro riti, le loro tradizioni. Questi incontri furono per me quello che con più piacere ricordo di quel periodo: un’Italia ricca di cultura millenaria, antica, forte, colma di sapori e di bellezze infinite, un popolo di racconti e di storie piene di dignità. Spesso capitava che molti di loro durante il periodo universitario si corrompessero, tradendo la loro natura e lo loro origini, cominciavano  anch’essi a sentirsi mondani, l’aperitivo, il tiro di canna, il cinema d’essai, costumi sessuali più liberi, un mondo per molti di loro sconosciuto, una modernità ammaliante lontano dagli occhi delle loro famiglie e dei compaesani, perdendo quella verginità primitiva che invece ai miei di occhi li aveva resi così belli, perché intimamente ambivo ad essere come loro. Semplice e non superficiale.

Molti dei figli dei fiori di papà disprezzavano palesemente, emarginandole, queste persone. Le emarginavano durante le feste organizzate, le emarginavano nelle compagnie e nelle associazioni culturali, intimamente disprezzavano quel mondo di semplici, fatto di religiosità e di tradizioni, sentendosene superiori e abbracciando invece nei loro modi e nei loro gusti certa cultura straniera (come quella anglosassone) considerata moderna, progressista e libertaria, atea e materialista, al contrario di quella italiana, un po’fascista, un po’identitaria, un po’bigotta. 
Questi figli dei fiori di papà che sono oggi i giovani rampanti progressisti che si dicono di sinistra sono rimaste le scimmie addomesticate, superficiali, felici e servili di un tempo. Sono quelli tutti con il lavoro, la professione o che comunque un buco nella società bene glielo hanno trovato, sono quelli che sui social difendono a spada tratta l’extra comunitario africano o il gay pride ma che subito sono pronti ad affossare e a denigrare l’italiano povero o di umili origini che non dovesse stare al passo (loro credono) con i tempi, ad offendere i conservatori, i religiosi, gli identitari, i populisti, come oggi è in voga chiamare chiunque si discosti da questa ideologia borghese globalista dedita al fascino dello straniero, della finanza, del mercato. Quei giovani laureati che pur nella loro eccellenza non sono riusciti (o non hanno voluto) come costoro ad inserirsi in un mercato aggressivo, ingiusto, sempre più spregiudicato, sono rimasti disoccupati o qualcuno pur di lavorare ha abbandonato le grandi città ed è tornato al paese ad aiutare il papà con le pecore o la mamma in bottega.

Come pure Pasolini disprezzava  questa borghesia tronfia, anch’io disprezzo questi vincenti per costituzione, giudicanti, arrivisti, egoisti individualisti, narcisisti, i figli dei fiori che io mi ricordo con le toppe al sedere, le maglie bucate, i capelli crespi e poi nello studio di papà in giacca e cravatta, la scarpa alla moda da giovane rampante e che si dicono essere di sinistra. Io me li ricordo, sono quelli che adesso votano Partito Democratico e li incontri per la città fermi davanti ad una vetrina dove una borsetta costa mille euro. Sono quelli che dicono di fare politica di sinistra, fanno parte della borghesia cittadina, frequentano il teatro e il caffè letterario ma mai li vedi davanti alle fabbriche con gli operai o al mercato a parlare con la gente. Io me li ricordo, sono quelli che la democrazia va bene solo quando gli dà ragione, sono quelli che l’estero è sempre meglio e gli italiani sono sempre peggio. Io me li ricordo, sono i figli dei fiori di papà, sono quelli, così dicono, così pensano loro, di sinistra.