La preoccupazione per la propria immagine, è questa la fatale immaturità dell’uomo. È così difficile essere indifferenti alla propria immagine. Una tale indifferenza è al di sopra delle forze umane. L’uomo ci arriva solo dopo la morte. E neanche subito. Solo molto tempo dopo la morte.

Milan Kundera

Un recente e brutto fatto di cronaca legato al nome di una giovane donna, Tiziana Cantone, deve spingerci necessariamente tutti ad una profonda riflessione. Sì perché aldilà delle dinamiche che hanno visto questa persona togliersi la vita a seguito della vergogna provata per alcuni suoi video di sesso esplicito che hanno fatto il giro del mondo attraverso il web, le stesse dinamiche che in queste ore continuano a rimbalzare con descrizioni minuziose tra un giornale e l’altro, cioè continuando quel gioco al massacro artefice stesso del fattaccio, la vera riflessione va spostata altrove, nella lettura della nostra contemporaneità, quella di noi occidentali benpensanti e benestanti, in quel senso distorto che abbiamo preteso dare alle nostre vite, in quell’insostenibile leggerezza dell’essere.

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Il fatto che a quasi tutti è sfuggito di questa triste vicenda, sul quale si è fatta la solita morale e che addirittura non ha ancora sopito i cattivi giudizi, i pettegolezzi e le malelingue, a volte gli insulti pesanti sul malcostume di questa donna, è che Tiziana Cantone era già una vittima, molto tempo prima che decidesse di togliersi la vita, molto tempo prima che girasse quei video incriminati poi diffusi in rete, molto tempo prima di tutto questo. La sua fisicità è la prima cosa che ce lo rivela, un’ossessione maniacale per l’aspetto esteriore, per quei canoni estetici dominanti, per un culto dell’immagine estetica e dell’artificio che spesso rivelano il grande vuoto, la grande fragilità e miseria umana che alberga in questo tipo di persone e spesso intorno alle loro vite. Non occorre sapere che questa ragazza fosse mancante della figura paterna e dedita all’alcol, perché il suo gesto, simile a quello di tantissime teenagers che, sebbene in misura minore, cercano la loro identità perduta nel loro specchio, nel riflesso che restituiscono loro gli altri circa il proprio aspetto, ci parla molto non solo di lei ma, soprattutto, di un’intera società affossata dal capitalismo feroce e dal mercato nel desiderio dell’avere più che in quello dell’esistere, nella continua distruzione di quelli che sono i valori della vita di un individuo, valori che attengono più alla sua anima che al suo aspetto.

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Come non riportare ancora una volta alla mente quel capolavoro di Oscar Wilde che è Il ritratto di Dorian Gray? Dove oggi il diavolo, con cui il giovane stringe il patto, è la società dei consumi e dell’esteriorità, per cui si corrompe la propria anima, si svende la propria intimità, il proprio essere, si rinuncia totalmente a sé stessi, purché si possa restare sempre giovani e belli, in prima linea, sotto gli occhi di tutti da cui ci si attende sempre il responso, un feedback che debba provenire sempre dall’esterno, dal mondo dei social, dai compagni di scuola, dagli altri, semplicemente perché di nostro non c’è rimasto più niente, neanche il corpo, abbiamo venduto tutto al diavolo. Se Dorian fosse più vittima che carnefice consenziente è in questo contesto moderno davvero poco rilevante, come invece lo è in questi giorni ancora sui social e sulla stampa nazionale, dove rimbalzano i commenti se Tiziana Cantone se la fosse cercata o meno la fine che poi ha fatto. Tiziana che, come Dorian, nel momento in cui viene messa davanti all’abbrutimento della propria esistenza, per aver commesso quella insostenibile leggerezza, come Dorian che dopo l’omicidio compiuto accoltella il proprio ritratto macabro cercando di cancellare le proprie colpe, si toglie la vita, nell’ultimo tentativo di eliminare, non essendo più padrona del suo corpo, ciò che non le è stato possibile eliminare nel mondo potente dei media e del mercato.

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Da questo punto di vista Tiziana Cantone resta vittima di un sistema, un sistema politico, ideologico e di potere preciso, quello che vuole spogliare l’individuo della sua essenza più preziosa, vuole manipolare i corpi, entrare nelle case, nell’intimità e nella sessualità altrui, quello che vorrebbe mutare a fatti pubblici e di interesse collettivo degli aspetti privati della vita di un individuo come la sua sessualità, la sua corporeità, i suoi sentimenti e ridurre a fatto privato, soggettivo, individuale, quello che dovrebbe essere di dominio pubblico, temi e valori come la famiglia, il lavoro, la religione, lo Stato. Questo tipo di potere ci manovra con l’ausilio della scienza e della tecnica piegate a favore della propria ideologia e in questo senso la lezione di un regista come David Cronenberg resta esemplare come visione presente e futura. Tutta la sua opera cinematografica verte sul tema della mutazione, tema carissimo anche a uno come Pasolini, il quale, seppure appare così distante dalla visione artistica e allucinogena di Cronenberg ne è invece profondamente affine nella loro prospettiva antropologica. L’estensione del corpo umano nella macchina e la macchina stessa che si fa corpo e carne è il canale con cui in Videodrome, del 1983, si vuole raccontare la violenza e la pornografia che sono entrati ormai di forza nelle case delle famiglie occidentali attraverso un mezzo dal potere incontrastato come quello della televisione, un potere che viene esteso al regime di tutti i media i quali riusciranno, con la loro invadenza fisica e mentale, a strumentalizzare la vita intima e privata dei protagonisti, tanto da allontanarli dal loro centro identitario e portarli alla loro stessa morte. Era il 1983, l’anno dopo sarebbe stato quello di Orwell e a distanza di più di trent’anni, l’operazione di dominio sui corpi e sulle menti degli esseri umani, sembra aver fatto passi considerevoli, essere quasi al suo compimento con la rete come apoteosi dell’identificazione totale tra uomo e macchina, dissolvimento del corpo reale nel corpo virtuale, quell’insostenibile leggerezza dell’essere come conquista della società liquida.