Proprio non riesco a restare indifferente verso il fattaccio del fertilityday, la campagna del Ministero della Salute che tanta indignazione ha suscitato sui social e non solo: a chi ha fatto pensare al ventennio e a chi ha fatto pensare alla mancanza di possibilità economiche per procreare. A me tutto questo ha fatto pensare ad un film.

Una giornata particolare è un film bellissimo che ho portato sempre dentro al cuore. Diretto da Ettore Scola con Sophia Loren e Marcello Mastroianni (Antonietta e Gabriele, i protagonisti della vicenda) è uno dei film che ha fatto la storia del nostro cinema, per quella purezza tecnica e sublime ma soprattutto per quella lettura intima e poetica che fa del periodo fascista. Le cose che ho amato di più di questo film sono i lunghi piani sequenza lungo i cortili e dentro gli androni dei palazzi popolari della Roma del regime, la fotografia dai colori vintage, il tappeto sonoro continuo del radiogiornale che annuncia l’arrivo di Hitler lungo tutta la storia che si dipana nell’arco di una sola giornata, una giornata molto particolare, per quelle che saranno le vicende generali di un’intera Nazione e per quelle particolari della vita dei due protagonisti.

Foto presa da magazine.larchitetto.it
Foto presa da magazine.larchitetto.it

Antonietta è la moglie di un fascista in un Paese di fascisti il cui governo incentiva economicamente la politica della prole numerosa a cui la famiglia di Antonietta, come tante altre famiglie, ha aderito, in cui la si vede vittima di una bassa considerazione per la donna rilegata al mero ruolo di fattrice (o meglio, per quelle che erano le donne del popolo, i poveri, perché sappiamo invece che alle ricche borghesi veniva riservato tutt’altro trattamento e posizioni da parte del fascismo) e moglie di un uomo rozzo, fedelissimo a Mussolini e al regime, che non ha nessuna considerazione per lei se non quella di madre dei suoi sei figli, di cui lui va numericamente orgoglioso. Dall’altra parte c’è Gabriele, un nuovo inquilino del palazzo, omosessuale e buttato fuori, per questo motivo, dal radiogiornale in cui lavorava ma anche sospetto dissidente antifascista, come spettegola maligna la portinaia. I due, apparentemente agli antipodi, si incontrano nella giornata in cui Antonietta decide di restare a casa a sbrigare le faccende e di non partecipare alla parata di onore anche se le sarebbe piaciuto. Le loro anime subito si riconoscono nella sofferenza e nella solitudine della loro specifica condizione di emarginati, coloro che devono nascondere la loro identità, la loro passione per la vita e il loro desiderio di libertà e questa emarginazione sarà ciò che li unirà. Ecco, questa storia del fertilityday mi ha fatto pensare a loro ma in un’ottica e in una prospettiva completamente ribaltate.

In posizione diametralmente opposta è tutta quella cultura che ha preso vita dalla fine della guerra attraverso il rifiuto totale delle politiche conservatrici e dei regimi totalitari, glorificata in quel famoso sessantotto con l’esaltazione delle libertà individuali e l’emancipazione dal padre in senso archetipico ma che ha anche visto la fine del comunitarismo, decretando di fatto la morte di quei modelli sociali collettivi a cui tanti giovani idealisti si appellavano in quel preciso momento storico. Il risultato di tale e significativa deviazione storica è oggi sotto gli occhi di tutti, la strapotenza e il dominio incontrastato del mercato nella vita di ognuno di noi, il capitalismo che si è fatto unico portavoce di quegli ideali, di fatto strumentalizzandoli. Quella mercificazione e materializzazione estrema che si è fatta dei sentimenti umani, quell’ateismo feticista da cui Pasolini ci metteva in guardia (e unico e vero motivo per cui fu brutalmente ammazzato come un cane), perché più del fascismo e di qualunque altra dittatura avrebbe avuto il potere addirittura di cambiare l’antropologia stessa dell’uomo, rendendo gli esseri umani stupidi automi adoratori di feticci, anime infertili.

Mentre leggevo sui social gli assalti indignati di adepti omologati a questa cultura dell’individualismo e del nichilismo, del sarcasmo idiota intorno ai bambini e alla gravidanza, mi sentivo come Antonietta e Gabriele, nella mira di un regime ideologico che perseguita e censura chiunque provi a parlare di figli, di famiglia, comunità, bene comune, bisogno dell’altro, sentimenti veri. Ho letto donne (le nuove femministe della società liquida) strapparsi i capelli e gridare contro la campagna sulla fertilità come ad un insulto oggettivo date le precarie condizioni economiche in cui riversano oggi la gran parte delle giovani ma non solo. Ho letto di donne le quali, a parer loro, avere figli è un fatto privato ma poi ho letto subito le stesse lamentarsi della mancanza di servizi pubblici, asili pubblici, sovvenzioni pubbliche. Ho letto di uomini e donne gridare scandalizzati a un colpo di coda del ventennio, quando la maggior parte dei paesi che sostengono politiche per la famiglia, quindi anche di sostegno alla fertilità, sono paesi di stampo socialista.

Ho letto di amiche, quelle che forse furono amiche, che quando ho scritto  di politiche e ideologie che oggi remano fortemente contro la famiglia e l’umanità, anche in vista di una decrescita della popolazione mondiale a spesa dei più poveri, si sono sentite toccate nel profondo, si sono indignate talmente tanto da sentirmi dire “che vuoi che ti si dica brava perché hai fatto i figli?” e la mia risposta è stata sì. Sì perché io i figli li ho fatti da povera e anche se come molti della mia generazione ho aspettato fino all’ultimo (fino al limite dello scadere della fertilità, appunto) quel posto sicuro che mai è arrivato, ho pensato sempre che questo no, questo non lo avrebbero avuto, non avrei mai rinunciato a una cosa del genere, al senso più autentico della vita, facendo proprio un favore a chi mi ha tolto il futuro, i sogni, le ambizioni, a me e ad altri milioni di persone, un favore proprio a coloro che ci hanno stroncato, ammazzato, che hanno annientato un’intera generazione, non avrei lasciato mai a costoro anche questa soddisfazione. Il mio è stato anche un atto di ribellione, oltre che di amore, un gesto rivoluzionario fortemente e da sempre voluto perché l’ho sempre visto per quello che è, un fatto naturale, un passaggio obbligato per la maturità e per l’abbandono di un’adolescenza vuota e stereotipata che oggi si protrae sempre più, fino ai quarant’anni e oltre, in una società fatta di figli che non saranno mai genitori, milioni di Dorian Gray che hanno siglato il patto con il diavolo e cioè con quel mercato del godimento illimitato, di quel coito politico sempre di pasoliniana memoria. Una condanna a cui, consapevoli o meno, ci hanno costretti tutti. Una scelta per cui io e mio marito, con coraggio, abbiamo vagliato anche la possibilità di chiedere aiuto e di trovarci in condizioni veramente precarie, ai limiti della povertà, prendendocene il rischio. La pensione dei nonni che ci sostiene e quella di tanti altri nonni che oggi sostengono tante altre famiglie è  anche il frutto di politiche di sostegno, di un ricambio generazionale che deve avere dei giovani che lavorano per pagarle quelle pensioni, ed ecco che la fertilità è sì, e lo è fortemente, anche un bene comune e non solo un fatto privato, è un fatto pubblico senza il bisogno di scomodare ricordi in odor di ventennio o regimi vari.

Forse che non è quindi l’infertilitá dell’anima, prima ancora che quella fisiologica, a doverci preoccupare? Forse che abbiamo paura semplicemente di cedere qualcosa di noi all’altro, di privarci delle nostre libertà, del nostro benessere e delle nostre comodità, del nostro individualismo estremo a cui il mercato dei consumi ci ha abituati rendendoci molli e schiavi prima di tutto di noi stessi? Non è questa la paura più grande che oggi serpeggia tra le persone? Quella del legame e della rinuncia a sé stessi, con i nostri beni materiali, le nostre comodità, i nostri spazi? In un tempo dove ogni tipo di legame, quello al lavoro, quello all’altro, quello ai figli, è vissuto più come una minaccia al proprio io che un fatto di libertà autentica, quella di vivere e di amare, dove questi due termini sono strettamente correlati e inscindibili, dovremmo dedicare un’intera giornata più che a quella fisiologica a questo tipo di grave infertilità, dove non cresce più niente.